Autonomia differenziata: la fine della sanità pugliese

di Antonio Rubino
Cari lettori, oggi voglio spiegarvi quello che rappresenta un disastro imminente, una catastrofe che non trova precedenti nella nostra storia recente: l’autonomia differenziata sanitaria.

Chi mi conosce sa che da anni combatto la malasanità pugliese, senza peró dimenticare quelle che sono le eccellenze (e sono tante) che, molte volte un sistema colluso non premia, ma che mette in condizione di migrare altrove.
Questa riforma, presentata come panacea di tutti i mali, è in realtà una bomba a orologeria pronta a far esplodere ulteriormente le già evidenti diseguaglianze tra Nord e Sud del nostro paese.
E chi ne farà le spese, come sempre, sarà il Sud, con la Puglia in prima linea
Mentre i nostri politici continuano a riempirsi la bocca di parole altisonanti e promesse vane, qui al Sud ci prepariamo a subire l’ennesimo schiaffo, l’ennesimo affronto.
Questa è la realtà: una tragedia annunciata che si sta materializzando sotto i nostri occhi.
Sanità pugliese: il collasso imminente
Parliamo chiaro: la sanità pugliese è già in ginocchio.
Non è una mia opinione personale, ma una realtà inconfutabile certificata dai numeri.
Tutti i direttori generali delle ASL pugliesi sono stati destituiti per aver superato il limite della spesa farmaceutica del 2023.
Parliamo di un buco di 191.394.450 euro oltre il limite massimo consentito.
L’ASL Bari è la peggiore in questo triste primato, con uno scostamento di quasi 60 milioni di euro. Seguono Lecce con 39 milioni e Taranto con 29 milioni.
Solo il Policlinico di Bari e la ASL di Brindisi si sono salvati dalla decapitazione dei loro dirigenti, ma solo perché i loro responsabili non erano in carica per l’intero anno 2023.
Questa è la situazione: un disastro totale e assoluto.
E meno male che abbiamo un sottosegretario alla Salute pugliese, Marcello Gemmato, coordinatore di Fratelli d’Italia.
Da Farmacista ha annaffiato il proprio orticello implementando quelle che saranno d’ora in avanti le funzioni delle farmacie con tanti nuovii servizi, lasciando la curiosità di quanto saranno i tempi d’attesa al banco per prendere una scatola di aspirina.
Viene da chiedersi, però, quale sia stato il suo ruolo in questa riforna e perché non abbia ancora rassegnato le dimissioni.
La sua presenza dovrebbe essere stata una garanzia per la nostra regione, ma i fatti dimostrano il contrario.
E come se non bastasse, la sua accolita Grazia Lillo, in uno degli ultimi Consigli Comunali a Martina Franca, aveva addirittura elogiato questa riforma con una fervente esortazione.

(Grazia Lillo & Marcello Gemmato)
Un’accolita, per chi non lo sapesse, è quella figura che assiste il celebrante sull’altare, un po’ come il pappagallo che ripete a memoria senza capire.
La Lillo ha dimostrato in modo eclatante la sua totale ignoranza sugli aspetti catastrofici che essa comporterà, confermando che a volte l’incompetenza riesce a raggiungere vette inimmaginabili.
Autonomia differenziata: il grande inganno

Il disegno di legge Calderoli, approvato con 170 voti favorevoli alla Camera, prevede di ridisegnare le intese tra Stato e Regioni, coinvolgendo ben 23 materie.
Tra queste spiccano Salute, Istruzione, Sport, Ambiente, Energia, Trasporti, Cultura e Commercio Estero.
Ma il vero inganno sta nei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP), criteri che dovrebbero garantire servizi minimi su tutto il territorio nazionale.
Senza fondi, però, questi LEP restano lettera morta. E qui casca l’asino.
Il disegno di legge si compone di 11 articoli e definisce i principi generali e le procedure per le intese tra lo Stato e le Regioni per l’attribuzione, o la revoca, di ulteriori forme di autonomia.
Il testo stabilisce che l’attribuzione di funzioni riferibili ai diritti civili e sociali, garantiti equamente su tutto il territorio nazionale, è consentita solo dopo la determinazione dei LEP.
Il negoziato per l’attribuzione di nuove funzioni viene proposto dalla Regione interessata al Presidente del Consiglio e al Ministro per gli Affari Regionali.
A questo punto il Presidente del Consiglio può limitare l’oggetto del negoziato relegandolo ad alcune materie.
Le criticità della riforma

La Fondazione GIMBE ha lanciato l’allarme: l’autonomia differenziata potrebbe essere il colpo di grazia per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione che abbiamo diverse volte ospitato su Puglia Press TV, è stato categorico: “Dal 2010 si registrano enormi divari tra Nord e Sud e l’autonomia differenziata non farà che amplificare queste diseguaglianze”.
Vediamo alcuni dati inquietanti:
- Nel decennio 2010-2019, nessuna regione del Sud è tra le prime 10 posizioni della griglia LEA. Nel 2020, delle 11 regioni adempienti, solo la Puglia è del Sud.
- Nel 2022, l’aspettativa di vita varia dagli 84,2 anni della Provincia autonoma di Trento agli 81 anni della Campania. Tutte le regioni del Sud sono sotto la media nazionale, segnale evidente della bassa qualità dei servizi sanitari regionali.
La mobilità sanitaria conferma il trend: tra il 2010 e il 2021, tutte le regioni del Sud, eccetto il Molise, hanno accumulato un saldo negativo di 13,2 miliardi di euro. Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, invece, registrano saldi attivi da capogiro.
Il ruolo nefasto della sanità privata
Un altro elemento preoccupante è l’ascesa della sanità privata.
Nel 2021, oltre il 54% delle prestazioni di ricovero e specialistica ambulatoriale sono state erogate dal privato. In Puglia, il privato accreditato copre il 73,1% della mobilità attiva, un dato che riflette la sfiducia nei confronti della sanità pubblica regionale.
È un circolo vizioso: i cittadini, esasperati dalle lunghe liste d’attesa e dalla scarsa qualità del servizio pubblico, si rivolgono sempre più frequentemente alle strutture private, alimentando un sistema che favorisce i più abbienti e lascia indietro chi non può permettersi cure costose.
Le conseguenze dell’autonomia differenziata
Con l’autonomia differenziata, le regioni più ricche otterranno ancora più potere e risorse, aumentando il divario con il Sud.
Per la Puglia, questo significa liste d’attesa interminabili e migrazioni verso il Nord a pagamento per ottenere cure adeguate.
Chi ha i soldi potrà permettersi di curarsi in altri ospedali, chi non li ha può tranquillamente morire in Puglia e acquistare per tempo il proprio loculo al cimitero.
E non si tratta di un’esagerazione giornalistica, ma di una triste realtà che purtroppo conosco molto bene e si prospetta all’orizzonte.
Le regioni del Nord, già avvantaggiate da un sistema economico e infrastrutturale più solido, vedranno un ulteriore potenziamento delle loro capacità, mentre il Sud affonderà ancora di più nelle sue difficoltà.
La Fondazione GIMBE ha analizzato nel dettaglio le possibili conseguenze di questa riforma:
- Le regioni del Nord potranno trattenere il gettito fiscale, che non verrebbe più redistribuito su base nazionale, impoverendo ulteriormente il Mezzogiorno.
- Il comitato istituito per determinare i LEP non ha ritenuto necessario definirli per la materia “tutela della salute” in quanto esistono già i LEA, ai quali tuttavia non corrisponde alcun fabbisogno finanziario. Senza definire, finanziare e garantire in maniera uniforme i LEP in tutto il territorio nazionale, è impossibile ridurre le diseguaglianze tra Regioni.
- Il gap tra Nord e Sud configura ormai una “frattura strutturale”, come dimostrano sia i dati sugli adempimenti ai LEA sia quelli sulla mobilità sanitaria. Alla maggior parte dei residenti al Sud non sono garantiti nemmeno i LEA, alimentando il fenomeno della mobilità sanitaria verso le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi per le maggiori autonomie.
Mobilità sanitaria: il dramma delle migrazioni per le cure
Nel 2021, la mobilità sanitaria interregionale in Italia ha raggiunto un valore di 4,25 miliardi di euro, cifra nettamente superiore a quella del 2020 (3,33 miliardi di euro), con saldi estremamente variabili tra le Regioni del Nord e quelle del Sud.
Il saldo è la differenza tra mobilità attiva, ovvero l’attrazione di pazienti provenienti da altre Regioni, e quella passiva, cioè la “migrazione” dei pazienti dalla Regione di residenza.
Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto – Regioni capofila dell’autonomia differenziata – raccolgono il 93,3% del saldo attivo, mentre il 76,9% del saldo passivo si concentra in Calabria, Campania, Sicilia, Lazio, Puglia e Abruzzo.
“La mobilità sanitaria”, spiega Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE, “è un fenomeno dalle enormi implicazioni sanitarie, sociali, etiche ed economiche, che riflette le grandi diseguaglianze nell’offerta di servizi sanitari tra le varie Regioni e, soprattutto, tra il Nord e il Sud del Paese.
Un gap diventato ormai una ‘frattura strutturale’ destinata ad essere aggravata dall’autonomia differenziata, che in sanità legittimerà normativamente il divario Nord-Sud, amplificando le inaccettabili diseguaglianze nell’esigibilità del diritto costituzionale alla tutela della salute”.
Le voci critiche: Cartabellotta e la Fondazione GIMBE
Secondo la Fondazione GIMBE, l’autonomia differenziata sarà una vera e propria mattanza per la sanità del Sud.
Nino Cartabellotta è esplicito: “Considerato che la richiesta della Fondazione GIMBE di espungere la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie sinora non è stata presa in considerazione dal Governo, né sostenuta con vigore e costanza dalle forze di opposizione, è cruciale ribadire le motivazioni che portano a sostenere questa posizione.
Perché non è ammissibile che venga violato il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto alla tutela della salute, legittimando normativamente il divario tra Nord e Sud”.
Le criticità sono numerose e profonde:
- Il Servizio Sanitario Nazionale attraversa una gravissima crisi di sostenibilità e il sotto-finanziamento costringe anche le Regioni virtuose del Nord a tagliare i servizi e/o ad aumentare le imposte per evitare il Piano di rientro.
- Il DdL Calderoli rimane molto vago sulle modalità di finanziamento, oltre che sugli strumenti per garantire i Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) secondo quanto previsto dalla Carta Costituzionale.
- Il gap in sanità tra Regioni del Nord e del Sud è sempre più ampio, come dimostrano i dati sugli adempimenti ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e quelli sulla mobilità sanitaria.
- Le maggiori autonomie già richieste da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto potenzieranno le performance di queste Regioni e, al tempo stesso, indeboliranno ulteriormente quelle del Sud, anche quelle a statuto speciale. Un esempio fra tutti: una maggiore autonomia in termini di contrattazione del personale, rischia di provocare una fuga dei professionisti sanitari verso le Regioni in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose.
- Le Regioni del Sud non avranno alcun vantaggio: essendo tutte (tranne la Basilicata) in Piano di rientro o addirittura commissariate come Calabria e Molise, non avrebbero nemmeno le condizioni per richiedere maggiori autonomie in sanità.
- Il Paese, indebitando le future generazioni, ha sottoscritto il PNRR che ha come obiettivo trasversale a tutte le missioni proprio quello di ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali.
Le conseguenze per la Puglia
Per la Puglia, l’autonomia differenziata significa un futuro ancora più incerto, con liste d’attesa interminabili e la necessità di migrare verso il Nord per ottenere cure adeguate, ma a pagamento.
E chi non può permetterselo? Semplice, può morire tranquillamente. Questo è il quadro che si prospetta: una regione abbandonata a sé stessa, con una sanità pubblica allo sbando e una crescente dipendenza dalla sanità privata.
Un circolo vizioso che non farà altro che aumentare le diseguaglianze e penalizzare ulteriormente chi è già in difficoltà.
Verso il baratro che solo il referendum potrà evitare
L’autonomia differenziata è un disastro annunciato per la Puglia e tutto il Mezzogiorno.
Non è una riforma per l’efficienza, ma una manovra politica che aumenterà le diseguaglianze e metterà a rischio il diritto alla salute dei cittadini del Sud.
L’Italia è una e indivisibile, e il diritto alla salute deve essere garantito a tutti, indipendentemente dalla regione di residenza. Se non alziamo la voce ora, sarà troppo tardi.
L’autonomia differenziata rappresenta una delle minacce più gravi per la coesione sociale e territoriale del nostro Paese.
È una riforma che rischia di spaccare ulteriormente l’Italia in due, accentuando le diseguaglianze tra Nord e Sud e compromettendo irrimediabilmente il diritto alla salute per milioni di cittadini.
Chi ha i soldi potrà permettersi di curarsi in altri ospedali, chi non li ha può tranquillamente morire in Puglia e acquistare per tempo il proprio loculo al cimitero.
Quale potrebbe essere la possibile soluzione
La soluzione è che il servizio sanitario passi sotto la gestione dello Stato.
È opportuno che la spesa sanitaria venga tolta dalle Regioni che, come avvenuto anche in Puglia, hanno creato cattedrali nel deserto o sperperato denaro pubblico.
Lo Stato potrebbe gestire la Sanità con commissari propri, dotati di competenze specifiche. Autonomia differenziata per altre materie? Sì, ma non per la sanità, che rappresenta la maggior parte dei costi del bilancio pubblico regionale.
Chiunque preferirebbe curarsi nella propria regione, ma prima bisogna portare tutte le regioni allo stesso livello. Nel frattempo, la mobilità sanitaria passiva e attiva deve continuare ad esistere.
Fonti:
- Fondazione GIMBE, “L’autonomia differenziata in sanità”
- Delibera della Giunta Regionale Puglia, 2023
- DdL Calderoli, Camera dei Deputati, 2023
- ISTAT, Aspettativa di vita, 2022